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Standing ovation per il Capitano

Oltre 400 partite col Sassuolo: Magnanelli racconta la sua carriera in neroverde

di Marcello Floris

Tredici anni, tutti con la stessa maglia, dalla C2 all'Europa League: è il riassunto della carriera di Francesco Magnanelli, classe 1984, capitano e bandiera del Sassuolo.
Arrivò giovanissimo in città, la sua nuova squadra era sconosciuta ai palcoscenici più prestigiosi ed era sconosciuto anche lui, tanto che “l’allora segretario del club mi strinse la mano dicendomi ben arrivato… Massimo!” - ricorda. Da quel giorno però, Magnanelli si è fatto apprezzare e conoscere, e ha accompagnato il Sassuolo in una straordinaria escalation: 3 promozioni e l’avventura internazionale. Per Francesco, qualche domenica fa, il tagliando delle 400 presenze in campionato con la maglia neroverde: “Una grandissima soddisfazione - sorride - non mi ero reso realmente conto di essere arrivato a questo traguardo fin quando non me l’hanno ricordata i ragazzi dell’Ufficio stampa. Dal 2005 una carrellata di belle esperienze, certamente indimenticabili”. Si emoziona, Magnanelli, mentre ripercorre in qualche attimo i bei ricordi che si porta dentro.

Ci sono le vittorie, la fascia di capitano e i tanti allenatori avuti nelle serie inferiori e poi arrivati a grandi squadre. Di Francesco è stato l’ultimo, ma nell'elenco figurano Pioli, Allegri e persino Sarri, prima di approdare in Emilia: questi ultimi sono proprio i due tecnici che in questa stagione si contendono lo scudetto.
“Sono stato fortunatissimo ad avere allenatori come questi, persone eccezionali, ognuno di loro mi ha insegnato tanto ed è bello vederli guidare attualmente squadre di prima fascia”.

Chi di loro ha segnato di più la tua vita da calciatore?
“Per le annate che abbiamo vissuto assieme e per il momento specifico in cui è arrivato - non ci sono dubbi - Di Francesco è stato il più importante: lui ha creduto fortemente in me e mi ha fatto sentire fondamentale nel suo progetto di squadra”.

Tra tutti quelli che abbiamo nominato, Allegri è sinora il più vincente. Tu l’hai avuto in C1: avevi intuito che sarebbe potuto arrivare dove è oggi?
“Assolutamente sì. Col senno di poi è facile dirlo, ma se ci fosse stato qualcuno all'epoca che avesse registrato le conversazioni di noi giocatori di allora, avresti potuto sentirci dire all'unisono che Allegri aveva qualcosa in più. Alcune sue qualità già molto utili per le categorie inferiori, ad altissimi livelli fanno la differenza. Per un grande coach non è così fondamentale saper insegnare a uno come Higuain come muoversi in area: lui lo sa già, sa come far gol. Diventa essenziale invece motivare il gruppo, creare una mentalità vincente, saper gestire
le pressioni e il rapporto con i media. Su questo Allegri è inarrivabile”.

Hai 33 anni e noi ci auguriamo di vederti giocare ancora a lungo. Inizi però già a pensare al futuro dopo la fine della carriera da giocatore?
“Vuoi sapere la verità? Ancora no. Credo di aver davanti almeno altri 3 anni in cui posso dire la mia, me li voglio godere fino in fondo. Poi, certo, penso di voler rimanere nell'ambiente del calcio. Se si presenteranno le possibilità di lavorare come piace a me, perché no?”.

È oltretutto una generazione che dà fiducia piuttosto in fretta a chi appende le scarpette al chiodo. Ora per esempio in tanti hanno la possibilità di allenare subito in A, mentre prima si facevano gavette un po’ più impegnative…
“Vero, a volte sono scelte dettate da questioni economiche, altre volte alcuni presidenti sono smaniosi di voler scoprire il nuovo Guardiola: in ogni caso, le occasioni di confermarsi su grandi palcoscenici anche dopo aver finito di giocare, senza dover riiniziare dal basso, prima erano molto più rare”.

Ripercorriamo un po’ di highlights di questi 13 anni a Sassuolo: l’Europa League è finora il punto più alto?
“Sì, direi di sì. È stata l’apice dell’era Di Francesco e il coronamento di un intero ciclo, ma ci sono stati altrettanti momenti da incorniciare, come tutte le promozioni conseguite; specialmente quella in A, avvenuta il 18 maggio 2013, non potrò mai scordarla! Non sempre però i bei ricordi sono legati alle partite più importanti...”.

Il gol del maggio scorso, al rientro da un lungo infortunio, è stato uno di questi?
“Sì, quello è stato uno di quei momenti. Solo lo sport ti può dare emozioni come questa che hai citato. Il pubblico a volte vede solo gli aspetti più superficiali di una prestazione, ma dietro certi risultati ci sono sacrificio e impegno enormi. In quella circostanza, ritrovare la condizione e il ritmo ha comportato un lavoro molto lungo”.

Parliamo dell’attualità del Sassuolo. Adesso tiene a bada le ultime tre della classifica. In futuro vedi obiettivi diversi dalla salvezza?
“Questo è stato un anno complesso per tante ragioni, siamo passati a un nuovo allenatore dopo cinque stagioni con Di Francesco e non è stata una transizione semplice. Poi ci sono stati anche diversi cambi nei giocatori. In questa fase dobbiamo stare concentrati per terminare positivamente il campionato. Poi sono convinto che potremo ripartire con nuovi stimoli e nuovi obiettivi: un anno di esperienza in più sarà in ogni caso molto utile".

Allarghiamo la nostra analisi allo scenario calcistico nazionale, molto criticato: azzurri fuori dal mondiale, settori giovanili che non sembrano produrre più i campioni di una volta e squadre poco competitive a livello internazionale. Che soluzioni proporresti perché l’Italia del pallone possa risollevarsi?
“Ci sarebbe da parlare per ore su questo argomento, sono problemi che hanno origini abbastanza profonde. Per quanto riguarda la Nazionale, certi commissari tecnici particolarmente capaci come Conte sono riusciti a mascherare i tanti problemi che già si trascinavano irrisolti da anni, ma poi i nodi sono venuti al pettine. Bisognerebbe ricostruire tutto il movimento con una progettualità vera, chiara. Guardiamo la Germania: ha cresciuto nel migliore dei modi la generazione di giovani che arrivava dopo i vari Matthäus, Klinsmann e Bierhoff. Ha saputo attendere i risultati con pazienza, ha investito su nuovi impianti, creato le accademie e sta raccogliendo anche oggi i frutti di una programmazione molto accurata”.

I giovani sono proprio uno degli aspetti su cui si discute di più: dobbiamo davvero rassegnarci a pensare che non ci siano più calciatori italiani delle primavere all'altezza?
“No, ma c’è un problema che va affrontato. Da un lato ci si rivolge con troppa facilità all'estero con la convinzione che si possa trovare di meglio; dall’altro lato i nostri ragazzi spesso non riescono più a cogliere le opportunità come invece riuscivano a fare prima, forse perché troppo distratti dai contratti, dagli sponsor, dalla notorietà e poco determinati nel formarsi veramente come professionisti, quindi appassiscono prima ancora di sbocciare. Bisogna cercare di invertire questa rotta, saper aspettare ma farsi trovare pronti quando arriva la chiamata per la serie A”.